Onorate il vile. Della preferita, che esiste, ‘sì come esiste una peggiore, che mi disse Dan Solo

copj170.aspilvilePiù o meno quindici, diciassette anni fa, all’Hiroshima, una sera chiesi a Dan Solo: «Qual è, delle vostre canzoni, la tua preferita?».
Ero emozionato, ero un ragazzino, di fatto e non d’età, che parlava al bassista dei Marlene Kuntz, erano i tempi di Le macabre a Bra, del Barrumba a Torino, dell’Happening ad Alba: i primi giri dei Marlene al secondo album.
Mi aspettavo Dan Solo dicesse Festa mesta, oppure Trasudamerica, oppure Overflash, oppure Fuoco su di te, oppure Merry Xmas: disse: «Il vile».
Che di tutte era quella che preferivo meno; e soprattutto lo disse da scazzato, anzi da snobbino, da minchia-non-so-dai-non-esiste-una-preferita, boh-che-ne-so, che-domande-fai…, quindi disse la peggiore.
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Sull’Occhio. Della Mucca. E le Sette Storie. #FAQsuLOcchioDellaMuccaSetteStorie

elena
«Dei racconti di Marco ti porti dentro i dettagli. La pellicola di alluminio intorno a un toast. Una borsa dimenticata su una sedia. Un bus che descrive una tratta a forma di quadrifoglio. Quando questo succede, vuol dire che i racconti sono buoni, che funzionano: la forma breve richiede la capacità di focalizzare in un punto, che si carica di significato, lo sguardo del lettore.»
Elena

Che si riferisce a L’occhio della mucca – sette storieMarcovalerio Edizioni2014.
Che si trova QUIQUI e QUI.

«Noi in Calabria mangiavamo per terra che non c’avevamo neanche il tavolo», sibila.

#solocosescrittebene

Era una notte buia e tempestosa… [grazie ai modelli Fabio, Enrica, Simonetta e Matteo]

«E che ci posso fare, nonno, se quando siamo arrivati a Torino io avevo solo un anno? Non è ch’abbiamo fatto fortuna, però oggi il pane c’è, e c’era già ieri, e anche l’altro, abbiamo una casa, stiamo tutti assieme, nonno, mia moglie, io. Facciamo una vita semplice, che vuoi che ti dica? Che sono contento? 
No, non sono contento, faccio un lavoro noiosissimo e non posso cambiarlo perché sembra che poi getti via il pane, per via di ‘sta storia dell’indeterminato e del direttore di banca che non voglio far ridere.
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Piccola Recensione de «L’occhio della mucca» senza aver assolutamente letto il libro

la muccaE’ stato definito un rabdomante di storie, ma chi lo ha fatto ha capito poco: primo perché l’Occhio della Mucca non è una raccolta di storie, secondo perché l’autore Marco Giacosa non è un rabdomante.
Leggetelo e capirete il perché, o meglio ne capirete uno tutto vostro, dal momento che i perché dell’autore e dei suoi schizzi astratti sono molteplici: il geomorfologo Marco Giacosa osserva la trasformazione, sotto l’occhio vitreo del bovino, del paesaggio creatosi dalla collisione tra l’unità alloctona della provincia, da lui spinta a forza, e quella autoctona della città, con conseguente formazione di pieghe, faglie e rotture crostali all’interno e attorno alle quali scivola e a volte s’insinua il fiume della quotidianità; leggere e rileggere il libro è come fissare un torrente di montagna che scorre, le cui istantanee scattate nello stesso punto e nello stesso momento non saranno mai e poi mai uguali a se stesse. Un’esperienza da ruminare più che da degustare, possibilmente con una colonna sonora in fondo più che in sottofondo: noi proponiamo “Il vile” dei Marlene Kuntz.
Pippo Cervella

L’occhio della mucca – sette storie, Marcovalerio Edizioni, 2014.
Si trova QUIQUI e QUI.

«Il giorno della rapina ci trovammo alle 5 in corso Giulio al bar dell’angolo con corso Novara».

apocalypse cow Io non avevo avvertito l’azienda, a quel periodo avevo ripreso a frequentare l’ufficio ma ero uno straccio che le colleghe coccolavano facendo massaggi sul collo nella pausa caffè, cercando di distendere quei nervi della schiena cristallizzati in fasci tentacolari che rendevano difficile ogni movimento. Ci aveva radunati il Gino la sera prima con un sms che diceva luogo e ora.
 Due auto: su quella pulita, Set e il Parmigiano. Su quella rubata, il Gino al volante e io accanto. Il Gino ripeteva in dettaglio ogni minuto come sarebbe stato di lì alle dieci, quando era previsto il rientro a Torino, e io ascoltavo come un allievo brillante, e ricordo che sorridevo, ogni tanto, pensando a quando ero io a spiegargli la lezione e lui faceva sì con la testa pochi minuti prima di passare per l’esame di terza media che lo aveva licenziato da quell’edificio con «sufficiente».
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«Di tutte le merende che mi era capitato di assaggiare, nessuna era buona come il toast di Loris»

la mucca osserva il Castellas

«La mucca osserva il Castellas» – fotografia di Lorenzo Stièvano

«Quegli anni mi svegliavo al suono del cucchiaino sulla tazza, mia madre incominciava a chiamarmi mentre già sbatteva l’uovo crudo con lo zucchero, dicevo ancora cinque minuti e sapevo che sarebbero scaduti quando avessi sentito il rumore della caffettiera e il profumo di quanto avrebbe aggiunto all’uovo lievitato, adesso soffice, nell’istante stesso in cui entravo in cucina. Quella era la colazione, ecco perché forse mia madre mai prese l’abitudine di prepararmi un toast per l’intervallo, un toast che si avvicinasse – superarlo era impossibile! – al toast di Loris, perché stavamo alle medie ed eravamo i più bravi della classe, vicini di banco e anche amici, ma lui era alto e con il pallone era un dio, io invece ero più basso e grasso e il rispetto del gruppo (…)
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«Guarda Giovanna che esce, vèdila che quasi si abbraccia, fa fresco, deve avere i capezzoli turgidi. Piccoli e durissimi.
 Che bella che è»

ppFa così tutte la mattine, ogni giorno più bella. Sei e mezza, sette, esce sul balcone e guarda giù ma tiene i piedi mezzo metro dietro, non si affaccia, come avesse paura di cadere. Guarda in strada.
 In strada non c’è niente da guardare, ci sono poche persone che a quell’ora camminano, quasi le stesse tutti i giorni, in questo quartiere di vecchi e bambini.
 Lei esce in pantaloncini e canottiera – senza reggiseno credo, la sua tenuta estiva per la notte, si affaccia ma non del tutto, stringe i gomiti come si abbracciasse, magari fa brrrrr! che freddo, guarda giù.
 Un minuto, due. 
E’ piccola, minuta: freddolosa.

 Tutte le mattine d’estate.
 Ha i capelli nerissimi che sempre le ho visto raccolti, è olivastra, dev’essere del sud. Una bella calabrese. E’ magra, il culo perfetto, soltanto un po’ piccola, ma quelle tettine così rotonde.
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